Telefonate notturne.

S: Il punto è che quando io mi arrabbio tutto quel mio essere diventata una bionda che si veste di bianco, buddista e blabla muore. Quando mi arrabbio io torno sempre quella ragazzina che venera il male e che ha il rigido autocontrollo tipico di un’anoressica. Autocontrollo che serve a ferire chi mi ha fatto male.

D: Ma non è vero: un tempo quando ti arrabbiavi bisognava correre perchè bisognava impedirti di prendere a sprangate la gente.

S: Ora non voglio più prendere nessuno a sprangate solo perchè credo fermamente nella legge di causa ed effetto e so che il karma si vendicherà al posto mio.

 

Essere una palma.

La mia fissa con l’identificazione dell’essere umano nelle piante ebbe inizio quando facevo ancora le medie e mi capitò tra le mani   “Va dove ti porta il cuore” :

“Ogni volta in cui, crescendo, avrai voglia di cambiare le cose sbagliate in cose giuste, ricordati che la prima rivoluzione da fare è quella dentro se stessi, la prima e la più importante.
Lottare per un’idea senza avere un’idea di sé è una delle cose più pericolose che si possano fare.
Ogni volta che ti sentirai smarrita, confusa, pensa agli alberi, ricordati del loro modo di crescere.
Ricordati che un albero con molta chioma e poche radici viene sradicato al primo colpo di vento, mentre in un albero con molte radici e poca chioma la linfa scorre a stento.
Radici e chioma devono crescere in egual misura, devi stare nelle cose e starci sopra, solo così potrai offrire ombra e riparo, solo così alla stagione giusta potrai coprirti di fiori e di frutti.
E quando poi davanti a te si apriranno tante strade e non saprai quale prendere, non imboccarne una a caso, ma siediti e aspetta.
Respira con la profondità fiduciosa con cui hai respirato il giorno in cui sei venuta al mondo, senza farti distrarre da nulla, aspetta e aspetta ancora. Stai ferma, in silenzio, e ascolta il tuo cuore.
Quando poi ti parla, alzati e va’ dove lui ti porta.”

Leggere queste parole della Tamaro, all’epoca, mi fece desiderare di diventare una quercia. La quercia è un albero maestoso, con bella chioma, ed è possente.

Molti anni dopo, le mie letture mi portarono ad avvicinarmi alle letterature norrene. Letteratura dove l’uomo si rifiugia nella natura,  sono tutti dei Giacomo Leopardi in versione bionda, insomma. Le donne s’ indenficano spesso con le betulle, alberi dalla chioma rigogliosa ma davvero molto sottili.

La prima volta che lessi una poesia dove una fanciulla finlandese si paragonava a una betulla, pensai che non aveva capito niente, che la Tamaro non avrebbe approvato che una donna s’indentificasse in un albero dalla bella chioma ma con un tronco così sottile. Pensai che quella poetessa sarebbe stata spazzata via al primo colpo di vento.

Oggi so che ero io quella che non aveva capito niente.

Avete mai visto una quercia, con la quale io volevo così tanto immedesimarmi, su una spiaggia?

Le querce, probabilmente, non sono sulle spiagge perchè non reggerebbero la forza della corrente marina. Sono sempre in gruppo, tra di loro, nei boschi.  Non ho mai visto delle querce che convivono con salsedine, sabbia, gabbiani e sirene. Le querce non hanno spirito di adattabilità.  E allora mi tornano in mente le betulle, con quel loro tronco così sottile. E le palme. Sottili come le betulle, che vivono nelle località di mare. Hanno una chiama rigogliosa e un tronco sottile, sottile.

In effetti, la Tamaro non ha mai parlato di tronchi, ma solo di radici e chioma. E quella ragazzina travisò tutto, focalizzando tutta la sua attenzione sul tronco dell’albero.

Crescendo, invece, ho capito che nella vita è indispensabile essere come le palme: bisogna imparare a convivere con tutto. Bisogna essere flessibili. Le querce si spezzerebbero per la corrente marina perchè non sono elastiche. Le palme, invece, si flettono ma restano ancorate al terreno. Possono permettersi di lasciarsi sbattere da una parte all’altra perchè sono stabili.

Ecco, e allora io voglio diventare come una palma.

Non essere rigida come una quercia: sono un’emotiva, una che dei drammi esistenziali ne ha bisogno per vivere. Però voglio che questi drammi non mi spezzino mai.

Gli uomini a cui piaccio e quelli che mi piacciono.

Mentre stavo tornando a casa, sono scappata da uno degli uomini a cui piaccio ( “Ciao, scusa sono di fretta, ciao, scusa.”), e ho cominciato a pensare all’abisso che separa quei tipi noiosi, che studiano storia o filosofia, che si lavano i capelli due volte l’anno (ammesso che non siano calvi, of course) e quelli che mi piacciono, quelli che passano metà della loro vita in palestra e l’altra metà con la fidanzata più bionda di me.

Com’è possibile che due generi di persone così tanto differenti abbiano in comune me?

E così, ho cominciato a pensare agli uomini che sono entrati, e anche usciti, dalla mia vita nell’ultimo anno:

A gennaio c’era uno psicopatico. Uno psicopatico di quelli veri. Mandami-una-foto-ogni-volta-che-stai-per-uscire-di-casa. E dopo un po’ si è scoperto che lui conviveva con Giulia-ma-se-tu-vieni-a-vivere-con-me-la-lascio. Au revoir.

A febbraio non ricordo, ma probabilmente stavo male per quello di gennaio.

Marzo? Ah si, a marzo c’era il brasiliano. Avete presenti tutte le leggende metropolitane sui brasiliani? Ecco. Lui le ha distrutte tutte in una settimana e mezzo. Mi lasciava bigliettini pieni di cuoricini e frasettine da bacio perugina sparsi per casa, non voleva venire a letto con me perchè era troppo presto (ma quando è venuto mentre mi toccava, senza che io facessi niente, ho benedetto quel dio, in cui nemmeno credo, per avermi salvata). Finì tutto perchè dieci giorni erano troppo pochi per finire a letto ma non troppo pochi per presentarmi alla gente come la sua ragazza e per lasciare uno spazzolino nel mio bagno. No. E poi era così sdolcinato da farmi sentire troppo cinica. E, considerando che ora il tipo in questione sta per diventare padre….direi che sono scappata abbastanza in fretta per proteggere la mia futura esistenza!

Aprile, aprile, aprile. Non mi viene in mente niente. Ah! C’era stato un mezzo ritorno di fiamma con un ex del liceo. Fidanzatissimo anche lui, ma almeno non me lo nascondeva.

Maggio, nessuno. Avevo troppi esami da dare e troppo poco tempo da dedicare a qualcuno che non fosse diventato un padre fondatore dell’antropologia statunitense.

A giugno c’è stato un avvocato dodici anni più grande di me. E’ durata ancora meno che con il brasiliano: alla terza sera mi propose di andare in un locale di scambisti. E quando ho rifiutato, ovviamente, mi ha detto che sono una bambina. Au revoir pure a te!

A luglio c’era troppo caldo anche per pensare.

Agosto: tragedia delle tragedie. Altro ex. Ex storico. Quello dei pianti infiniti. Due bellissime settimane d’amore. Poi, classica telefonata  da non-me-la-sento-di-stare-con-te. Ma alla terza volta ci ero abituata, quindi niente, amen.

A settembre, ovviamente stavo male per quello che era successo ad agosto e ad ottobre prendo una botta terribile per un uomo così ossessionato dal suo aspetto che non saprà nemmeno di che colore ho gli occhi. Uno che mi scrive nel cuore della notte ma non risponde in pieno giorno.

Cosa pensare ad un mese dalla fine dell’anno? Che ognuno di questi uomini non ha niente a che fare con l’altro. Se s’incontrassero tra di loro non ci crederebbero che sono stata anche con l’altro. Del resto uno potrebbe rubarmi i leggins, l’altro il vibratore e quell’altro ancora il mascara.

Forse, la psicopatica sono io. Alla fine ognuno di loro ha delle psicosi diverse, ma hanno tutti in comune me. E quindi sono invisibilmente legati anche al tipo noiosissimo che mi ha fermata mentre correvo affamata verso casa.

Tipo che non saprà mai, che per colpa sua o della fame, ora è legato a qualche sconosciuto.

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Quanto mi era mancato avere un blog!

Avere un blog è stato il mezzo attraverso cui sono sopravvissuta all’adolescenza. Scrivermi, scrivermi e scrivermi. Scrivere di me in terza persona. Essere letta da sconosciuti. Si: senza quel blog non avrei mai superto quella tragica fase della vita. Poi, due anni fa Splinder chiuse i battelli e per pigrizia o lutto non ho più avuto un blog. Non ne avevo più bisogno, quella fase della mia vita era andata, era lontana.

Oggi non sono più quella ragazzina dalla lunga chioma rossa, col frangettone e sempre vestita di nero che tornata da scuola accendeva il pc per lamentarsi col mondo della vita.

Oggi ho i boccoli biondi appena sotto le spalle. Ma ho sempre quegli occhioni curiosi. Oggi io ho di nuovo bisogno di scrivere. E un blog mi sembra un buon modo per farlo, aveva funzionato in passato. Funzionerà anche ora?

E’ come essere t0rnata punto e a capo. A capo dello stesso rigo, però. E’ una bella sensazione.E’ che io avevo sempre pensato he fossi sopravvissuta agli anni di liceo non sarei morta mai più.
Che se passavo i quattordici, i quindici, i sedici, i diciasette anni sarei diventata grande,sarei rimasta a galla.
Ed ora che è il momento di diventare grande mi chiedo come posso riuscirci con le mie parole, le mie mani troppo piccole, con le mie paure galattiche e le nevrosi insensate.