Il mondo dopo cinque giorni.

Venerdì sera mi sono accorta di avere la febbre, cosa che non mi capita mai.

E’ stato l’inizio della tragedia: dovevo disdire impegni, sarebbe slittato tutto. E che palle stare male. E che noia stare in casa. E la settimana prossima devo andare a Vienna, come farò se non guarisco.

Alla fine devo confessare che essere malata è stato bello; quest’influenza ha avuto un sapore dolce. Casa mia si era trasformata in una via vai di amche (“Ti servono medicine?” “No,ma vorrei tanto del gelato al pistacchio” “Te lo porto subito”), i miei gatti si sono dimostrati gli esseri più dolci e comprensivi sulla faccia della terra e il suono delle loro fusa è stata la mia pace. Ho avuto il tempo di fare il cambio di stagione nell’armadio, finalmente. Ed era anche l’ora visto che mi ero ammalata. Ho telefonato a tutte le mie cugine, che normalmente non ho mai il tempo di sentire. Ho letto tanto. E dormito ancora di più. E finalmente sono guarita. E sono pronta a fare la valigia e godermi Vienna con la gola non più in fiamme!

Ma soprattutto questi giorni mi hanno dato modo di capire che vivere da soli non vuol dire essere soli, che non avere un uomo non vuol dire che nessuno ti porterà del gelato al pistacchio quando stai male. Alla fine sono grata a quest’influenza, mi ha dato conferme che cercavo da anni.

E quando stamattina sono uscita di casa mi sono goduta il sole che mi faceva i brillare i capelli e lasciavo che mi scaldasse mentre camminavo. Quelle cose che non apprezzo mai, che do sempre per scontate.

E’ stato illuminante: io non la volevo quest’influenza eppure lei è arrivata, si è innescata nella mai vita senza chiedermi il permesso, fottendosene dei miei programmi e di quello che pensavo o non pensavo. E mi ha costretta a convivere con lei, se ne stava stretta a stretta a me. E senza saperlo, mi ha cambiata.

Così ora me ne sto qui a pensare a quanti avvenimenti futili ci cambiano la vita.

E a come quasi mai capiamo il senso di quello che non vogliamo ma che comunque ci accade.

Però poi arriva il quinto giorno. E il sole t’illumina i capelli. E allora tutto si fa un po’ più chiaro.

 

Si: gli antibiotici mi hanno dato alla testa.

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